Margherita d’Angoulême regina di Navarra e l’Heptaméron, o Eptamerone


Margherita d'Angoulême

Margherita d’Angoulême, ritratto di Jean Clouet, 1527

Margherita d’Angoulême regina di Navarra e l’Heptaméron (o Eptamerone). La duchessa d’Alençon (Normandia), poi regina di Navarra, è passata alla storia con epiteti poetici che la esaltano: fu chiamata la margherita delle principesse e proclamata la perla del Valois. La sua nascita è avvolta nel velo di una allegoria mitologica. Si racconta che venne al mondo “degna” d’essere battezzata Margherita per aver, sua madre – quando la portava in seno – inghiottita, nascosta in un’ostrica, una perla fatta della stessa divina rugiada… per cui fu creata come la più bella delle Dee.

La primogenita di Carlo d’Orléans, conte d’Angoulême e di Luisa di Savoia, condivise con Francesco, il fratello minore di lei di due anni, destinato a regnare, la serenità dell’infanzia e, sotto l’occhio amorevole e sagace della madre, vedova diciannovenne, gli studi dell’adolescenza, indi l’intera vita, basata su una rara saldezza di affetti.

Margherita d’Angoulême ebbe precettori coltissimi, che le insegnarono le lettere francesi e latine, la lingua italiana e la spagnola. Le parlarono di filosofia e le diedero rudimenti delle più varie scienze arrivando a insegnarle anche un po’ di ebraico.

Ancora giovanissima piacque a Carlo d’Austria, conte di Fiandra – il futuro Carlo V – che, una volta che la vide alla corte di Luigi XII la chiese – senza ottenerla – in sposa. Margherita fu assegnata nel 1509, da re di Francia in moglie al principe Carlo d’Alençon, con il quale convisse senza amore, restando nei primi anni lontana dalla vita pubblica in Alençon, ma partecipando alla vita di corte dopo l’avvento al trono di Francesco I, e alle vicende della Francia – specialmente nel 1525: anno terribile che cambiò il corso della sua esistenza. La “fatale” Pavia (la battaglia di Pavia viene combattuta il 24 febbraio 1525 e i francesi perdono circa 10.000 uomini) porta una catena inesauribile di guai e scava un solco nell’animo di Margherita d’Angoulême che vede il re fratello vinto e prigioniero, il proprio consorte, reduce e senza gloria, tornare a Lione con pochi fuggiaschi per morire, poi, tra le sue braccia ad aprile…

Margherita divenne poetessa e autrice di novelle. L’arte fu lo specchio della sua vita e fu capace di ritrarre i costumi e le caratteristiche salienti della società di corte del suo tempo.  L’Heptaméron, raccolta di novelle edita postuma ed anonima per la prima volta nel 1558 da Pierre Boaistuau con il titolo di Histoire des amanz fortunez, è l’opera più rappresentativa di Margherita regina di Navarra: quella che le è valsa la fama di scrittrice. Eptamerone raccoglie l’eco delle conversazioni nel mondo in cui regnava Francesco I, il re cavaliere. Il novelliere di Margherita di Navarra è il Cortegiano e, al contempo, il Decamerone della letteratura francese del cinquecento. Entrambi questi libri italiani, d’altra parte, erano famosissimi in Francia.

Nel prologo dell’Heptaméron è dichiarata la genesi dell’opera. L’autrice fa il suo disegno vagheggiato da altre persone della famiglia reale e da alcuni cortigiani di mettere insieme una raccolta di novelle sul tipo di quelle del Decamerone di Boccaccio. Margherita, però, dichiara subito che “difference de Boccace: c’est de n’escripre nulle nouvelle, qui ne soit veritable histoire“.

Margherita di Navarra lavorò a quest’opera dal 1540 in poi, ma, ammalatasi nel 1547  e morendo nel 1549 non riusci a portarla a termine.

Inizio del prologo dell’Heptaméron di Margherita d’Angoulême:

Il primo giorno di settembre, quando i bagni dei monti Pirenei cominciano a produrre i loro effetti salutari, si trovarono a quelli di Cauderès molte persone si di Francia che di Spagna, alcune venute per bervi l’acqua, altre per i bagni termali, altre ancora per i fanghi; tutte queste cure sono sì miracolose, che gli stessi ammalati ritenuti dai medici incurabili se ne ritornano perfettamente guariti.

Io non mi prefiggo però di descrivervi il sito, né di spiegarvi l’efficacia di questi bagni, ma di dirvene soltanto quanto giova all’argomento di cui intendo trattare.

Tutti gli ammalati vi rimasero per più di tre settimane, finché conobbero dal miglioramento avutone, che erano ormai in grado di andarsene. Se non che, giunto il momento della partenza, caddero piogge si grandi e inusitate, da far pensare che Dio avesse dimenticata la promessa fatta a Noè di non più distruggere il mondo con le acque: ogni capanna ed ogni casa di Cauderès ne fu si allagata, che fu impossibile dimorarvi. Per la qual cosa quelli che erano arrivati dalla parte della Spagna, se ne ritornarono prendendo la via dei monti, come meglio fu loro possibile; ed i più pratici delle strade da seguire, riuscirono più facilmente a mettersi in salvo.

I signori e le signore francesi invece, che contavano di restituirsi a Tarbes con la medesima facilità con la quale n’erano venuti, trovarono i piccoli ruscelli così in piena, che a stento poterono guadarli. E quando furono ala passo del torrente Bearnois, che nel venire avevano trovato meno profondo di due piedi lo rividero ora così gonfio e impetuoso, che ritornarono indietro per cercare il ponte, ma non più lo rinvennero: quel misero ponticello di legno era stato portato via dalla veemenza delle acque.

Alcuni poi, avendo voluto riunirsi in gruppo, per far argine alla rapida corrente, vennero con tanta violenza trasportati via dalle onde, che coloro che stavano per imitarne l’esempio, ne furono del tutto dissuasi.

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