Vitruvio e la scenografia teatrale


Teatro Olimpico di Vicenza

Vincenzo Scamozzi, Disegno per un fianco delle strade del Teatro Olimpico di Vicenza. Firenze, Uffizi

Vitruvio e la scenografia teatrale. Assolutamente ignorata durante il Medioevo, il De Architectura di Vitruvio, dopo una prima edizione nel 1486, fu oggetto di numerose ristampe non solo in Italia ma anche in Francia ed in Germania, che le valsero una posizione indiscussa di testo-base cui si rivolgeranno puntualmente gli scenografi di quegli anni. Eppure, in questo celebre trattato, ben poche sono le note dedicate all’allestimento scenico. “Vi sono tre tipi di scene” – scrive Vitruvio (Cap. VI, 9) – le sce­ne tragiche, formate da colonne, frontoni, statue ed altri ornamenti reali; le scene comiche mostrano case private con finestre simili a quelle delle abitazioni ordinarie; le scene satiriche sono descritte con alberi, caverne, rocce, e altri oggetti agresti trattati con stile paesaggista.” Vaghi accenni, come ognuno vede, la cui intelligibilità è resa ancor più incerta ed improbabile dall’assenza di grafici. Gli studiosi che si sono accostati a quest’opera hanno dovuto compiere un lavoro di interpretazione piuttosto arduo che, oltre tutto, non poteva essere perseguito senza che il clima culturale del momento, incidendovi più o meno sensibilmente, ne falsasse il significato originale.
Ad una più approfondita conoscenza della scenografia rinascimentale, ben poco aggiungono le descrizioni dei diaristi. Una fonte preziosa è costituita, invece, dalle edizioni delle commedie di Terenzio che, con il loro pingue corredo di xilografie, sono una icastica testimo­nianza circa la filiazione della scena cinquecentesca dal­l’apparato scenico medievale, cui l’innesto della prospettiva, imponendo una unità geometrica, conferiva un significato del tutto inedito.
Sebbene le edizioni terenziane abbiano indotto ad identificare l’aspetto di questi allestimenti, compresi tra la fine del ’400 ed i primissimi anni del ’500, in un tipo di scena che, secondo l’Hermann, doveva rappresentare una strada medievale in profondità, e, secondo la Povoledo, una serie di case allineate su una fila “come nella scena medievale giustapposta alla france­se“, in effetti, le polemiche interpretative, basate su tali labili documenti, rimangono più che mai aperte. Pur ruotando intorno alla rappresentazione di ‘città’, intesa come prospettiva urbana, alcune varianti diversificarono la scena cinquecentesca a seconda del periodo di produzione.
Inizialmente, la profondità spaziale — secondo quanto attesta la lettera di Gaio Sulpicio da Veroli al cardi­nale Riario, nella quale si accenna, in termini di assoluta novità, alla ‘scena pictura’ — era resa attraverso una scena illusiva dipinta; un fondale inquadrato da due grossi ‘telari’ (quinte) di primo piano che potevano essere realizzati pittoricamente, come in Pelle­grino da Udine, o in rilievo, come in Gerolamo Genga. A Pellegrino da Udine ( S. Daniele del Friuli o Udine, 1476-Udine, 1547), allievo del Giambellino e — secondo la testimonianza del Vasari — attivo nel fer­rarese tra il 1504 ed il 1514, si deve l’allestimento di uno spettacolo che segna una data fondamentale nella storia della scenografia. Alla Cassaria dell’Ariosto (1508), messa in scena per la Corte estense in un teatrino provvisorio accomodato nella Sala Grande, è legata, infatti, la prima scena prospettica dipinta storicamente accertata. Di tale scena “ch’è una contracta et prospettiva di una terra (città) cum case, chiesie, campanili et zardini, che la persona non si può satiare a guardarla per le diverse cose che ge sono, tute de inzegno et bene intese” non resta che questa breve descrizione del Prosperi, il quale a conclusione esprime la certezza che, detta scenografia teatrale, invece di essere distrutta dopo la rappresentazione secondo l’uso corrente, sarebbe stata messa da parte per altra occasione. L’assenza di documenti iconografici non consente illazioni di carattere stilistico o tecnico che offrano un margine sufficiente di attendibilità. È lecito però sottolineare la circostanza per cui tale tipo di scena, una sorta di contaminatici tra la scena multipla medievale e l’apparato festivo, sia stata tenuta a battesimo pro­prio a Ferrara, dove, più che altrove, negli ultimi anni si era sviluppato questo genere di addobbo. Comun­que, non è possibile escludere con assoluta certezza che la scena prospettica dipinta su fondale fosse stata anticipata da altri artisti, proficuamente militanti anche nel settore teatrale, quali Piero della Francesca e Gerola­mo Genga.

—-

Libri da salvare: Materiali di ricerca dall’archivio di Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano – Scenografia dal Rinascimento all’età romantica, 1966, Collana Elite Fratelli Fabbri Editori.

Annunci
Questo articolo è stato pubblicato in scenografia e contrassegnato come , , , , , da Francesco Tadini . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise