Nathalie Sarraute e l’antiromanzo, Quaderni Milanesi, primavera 1962


Quaderni Milanesi

Quaderni Milanesi, primavera 1962

Nathalie Sarraute e l’antiromanzo – Da Quaderni Milanesi, primavera 1962 – Voglio dirvi subito quale premio e quale gioia costituisce per me, dopo tanti anni di solitudine e tanta incomprensione incontrata anche nel mio paese, constatare che da voi si nutre qualche interesse per i miei tentativi. E la gioia è accresciuta per me dal fatto che, sebbene non conosca l’italiano, l’Italia come per molti stranieri è un poco la mia patria, poiché il suo spirito, lo spirito dei suoi scrittori, m’è sempre parso molto vicino al mio per più d’un aspetto, m’ha molto attirato e stimolato. Mi ricordo che, quando le ho conosciute attraverso i Pitòeff, le prime opere di Pirandello sono state un grande avvenimento della mia giovinezza e hanno certamente impresso un marchio sulla mia formazione letteraria. Insomma, ci son certe cose che è persino imbarazzante dire tanto sono banali, ma le voglio dire lo stesso poiché sono vere: ho raramente conosciuto momenti di arricchimento e di pienezza come quelli che m’ha dato, a diverse riprese, l’Italia. Tant’è vero che quando il protagonista del mio Ritratto d’ignoto in cui più mi riconosco, vuol ritrovare gli attimi privilegiati della sua esistenza, quando s’accosta a quel che lui chiama i suoi tesori segreti, si sente nascere dentro certe pietre di questo paese e la sonorità d’un nome italiano.
Mi è stato chiesto di dire qualche parola sul nouveau roman e sui miei tentativi. Io non ho ancora granché da dire sulle tendenze generali del nouveau roman poiché è un movimento che raccoglie scrittori di interessi molto diversi, a volte persino diametralmente opposti (così Robbe-Grillet e io siamo presso a po­co il contrario uno dell’altro) ma, se qualcosa ci unisce, è un cer­to bisogno di rinnovare le forme romanzesche, un certo desiderio di conquistare una libertà d’espressione che la critica ufficiale e tradizionale ci ha a lungo negato, poiché essa continuava, e continua spesso ancora, a giudicare i romanzi secondo criteri che ci risultano ormai piuttosto desueti. Così, a esempio, il ruolo del carattere, del personaggio nel romanzo, l’im­portanza accordata all’aneddoto, che noi troviamo francamente esagerata. Si è molto parlato d’antiromanzo. Si è usata, per caratterizzare il nostro presunto movimento, questa definizione d’antiromanzo che Sartre aveva usato nella prefazione al mio Ritratto d’ignoto. E, a questo punto, confesso di non capire bene cosa significhi, perché mi pare che ogni romanzo che tenti di esprimere una realtà non espressa dai romanzi scritti prima e che si serva d’una sua tecnica appropriata, sia un anti­romanzo rispetto alle opere dei predecessori. Così, naturalmente nel più assoluto rispetto delle proporzioni, Don Chisciotte è stato un antiromanzo rispetto ai romanzi cavallereschi. A suo tempo si è rimproverato Proust di non aver scritto un romanzo. A suo tempo Ulysses di Joyce è stato sconfessato come romanzo. Eppure adesso sono iscritti nella storia letteraria come i romanzi più importanti della nostra epoca. Penso che, se i nostri libri, quelli che scriviamo ora, hanno una vitalità sufficiente per resistere un poco, i giovani romanzieri che scriveranno più tar­di, e per i quali le nostre opere saranno romanzi tradizionali, comporranno gli antiromanzi di oggi. (…)

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Il medico di campagna Balzac, romanzo del 1833


Balzac

Il medico di campagna, di Balzac

Il medico di campagnaBalzac, titolo originale Le médicin de campagne. Romanzo di Honoré de Balzac (1799-1850), pubblicato nel 1833, accolto poi nella Commedia umana in Scene della vita di campagna. Ne è protagonista il dottor Benassis, il quale, dopo una vita dissipata e due amori sventurati, si ritira nei dintorni di Grenoble e diventa lo spirito benefico di un povero villaggio, che per opera sua e per la saggezza delle sue provvidenze sociali raggiunge grande prosperità.
È il libro di Balzac, in cui l’elemento romanzesco ha la minor parte, e che considera soprattutto, con serieta e buon senso, i problemi dell’amministrazione e del lavoro. Un notevole episodio è quello di una veglia di contadini, in cui un reduce delle campagne imperiali narra l’epopea napoleonica, nelle forme di una visione popolare e leggendaria.

Come in altre opere in cui tentò una conclusione pacificatrice, il pessimista Balzac vede, anche qui, nella beneficenza sociale una forma, e forse l’unica, di superamento morale in una società in cui sembravano dover necessariamente trionfare i valori inferiori. Ma rimane, anche questo, una bontà, in fondo, esteriore, che cerca contrapporre gesto a gesto piuttosto che spirito a spirito: il dottor Benassis fa del bene, ma non porta un nuovo messaggio di bontà, rivelatore di uno schietto e immediato atteggiamento dello spirito: quel messaggio che Balzac oscuramente e vanamente attendeva in tutta la sua opera.