Informazioni su Francesco Tadini

Francesco Tadini. Aiuto Regista per alcuni anni al Teatro alla Scala di Milano, dall'Aida con Ronconi a il Pelleas et Melisande con Antoine Vitez. Regista televisivo per RAI, MEDIASET, TVSvizzera Italiana, ZDF, ARTE. Fondatore di tre società di comunicazione video e multimediale. Pubblicitario e consulente per ENI e SNAM Rete Gas. Ideatore e Produttore del primo adventure game multimediale di "Edutainment" in Italia, per ENI e LEGAMBIENTE: "Equilibrium". Ha realizzato per RAITRE per anni come autore e regista (sia dei documentari che delle dirette TV) il programma culturale di punta "Non solo Film" con Giancarlo Santalmassi conduttore. Un anno negli Stati Uniti con più di 1200 interviste realizzate per la RAI. Autore di 51 puntate del programma "La macchina del tempo" condotto da Alessandro Cecchi Paone e in onda su MTV Channel. Gallerista. Blogger. Ha fondato Spazio Tadini con la giornalista Melina Scalise

Il medico di campagna Balzac, romanzo del 1833


Balzac

Il medico di campagna, di Balzac

Il medico di campagnaBalzac, titolo originale Le médicin de campagne. Romanzo di Honoré de Balzac (1799-1850), pubblicato nel 1833, accolto poi nella Commedia umana in Scene della vita di campagna. Ne è protagonista il dottor Benassis, il quale, dopo una vita dissipata e due amori sventurati, si ritira nei dintorni di Grenoble e diventa lo spirito benefico di un povero villaggio, che per opera sua e per la saggezza delle sue provvidenze sociali raggiunge grande prosperità.
È il libro di Balzac, in cui l’elemento romanzesco ha la minor parte, e che considera soprattutto, con serieta e buon senso, i problemi dell’amministrazione e del lavoro. Un notevole episodio è quello di una veglia di contadini, in cui un reduce delle campagne imperiali narra l’epopea napoleonica, nelle forme di una visione popolare e leggendaria.

Come in altre opere in cui tentò una conclusione pacificatrice, il pessimista Balzac vede, anche qui, nella beneficenza sociale una forma, e forse l’unica, di superamento morale in una società in cui sembravano dover necessariamente trionfare i valori inferiori. Ma rimane, anche questo, una bontà, in fondo, esteriore, che cerca contrapporre gesto a gesto piuttosto che spirito a spirito: il dottor Benassis fa del bene, ma non porta un nuovo messaggio di bontà, rivelatore di uno schietto e immediato atteggiamento dello spirito: quel messaggio che Balzac oscuramente e vanamente attendeva in tutta la sua opera.

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Margherita d’Angoulême regina di Navarra e l’Heptaméron, o Eptamerone


Margherita d'Angoulême

Margherita d’Angoulême, ritratto di Jean Clouet, 1527

Margherita d’Angoulême regina di Navarra e l’Heptaméron (o Eptamerone). La duchessa d’Alençon (Normandia), poi regina di Navarra, è passata alla storia con epiteti poetici che la esaltano: fu chiamata la margherita delle principesse e proclamata la perla del Valois. La sua nascita è avvolta nel velo di una allegoria mitologica. Si racconta che venne al mondo “degna” d’essere battezzata Margherita per aver, sua madre – quando la portava in seno – inghiottita, nascosta in un’ostrica, una perla fatta della stessa divina rugiada… per cui fu creata come la più bella delle Dee.

La primogenita di Carlo d’Orléans, conte d’Angoulême e di Luisa di Savoia, condivise con Francesco, il fratello minore di lei di due anni, destinato a regnare, la serenità dell’infanzia e, sotto l’occhio amorevole e sagace della madre, vedova diciannovenne, gli studi dell’adolescenza, indi l’intera vita, basata su una rara saldezza di affetti.

Margherita d’Angoulême ebbe precettori coltissimi, che le insegnarono le lettere francesi e latine, la lingua italiana e la spagnola. Le parlarono di filosofia e le diedero rudimenti delle più varie scienze arrivando a insegnarle anche un po’ di ebraico.

Ancora giovanissima piacque a Carlo d’Austria, conte di Fiandra – il futuro Carlo V – che, una volta che la vide alla corte di Luigi XII la chiese – senza ottenerla – in sposa. Margherita fu assegnata nel 1509, da re di Francia in moglie al principe Carlo d’Alençon, con il quale convisse senza amore, restando nei primi anni lontana dalla vita pubblica in Alençon, ma partecipando alla vita di corte dopo l’avvento al trono di Francesco I, e alle vicende della Francia – specialmente nel 1525: anno terribile che cambiò il corso della sua esistenza. La “fatale” Pavia (la battaglia di Pavia viene combattuta il 24 febbraio 1525 e i francesi perdono circa 10.000 uomini) porta una catena inesauribile di guai e scava un solco nell’animo di Margherita d’Angoulême che vede il re fratello vinto e prigioniero, il proprio consorte, reduce e senza gloria, tornare a Lione con pochi fuggiaschi per morire, poi, tra le sue braccia ad aprile…

Margherita divenne poetessa e autrice di novelle. L’arte fu lo specchio della sua vita e fu capace di ritrarre i costumi e le caratteristiche salienti della società di corte del suo tempo.  L’Heptaméron, raccolta di novelle edita postuma ed anonima per la prima volta nel 1558 da Pierre Boaistuau con il titolo di Histoire des amanz fortunez, è l’opera più rappresentativa di Margherita regina di Navarra: quella che le è valsa la fama di scrittrice. Eptamerone raccoglie l’eco delle conversazioni nel mondo in cui regnava Francesco I, il re cavaliere. Il novelliere di Margherita di Navarra è il Cortegiano e, al contempo, il Decamerone della letteratura francese del cinquecento. Entrambi questi libri italiani, d’altra parte, erano famosissimi in Francia.

Nel prologo dell’Heptaméron è dichiarata la genesi dell’opera. L’autrice fa il suo disegno vagheggiato da altre persone della famiglia reale e da alcuni cortigiani di mettere insieme una raccolta di novelle sul tipo di quelle del Decamerone di Boccaccio. Margherita, però, dichiara subito che “difference de Boccace: c’est de n’escripre nulle nouvelle, qui ne soit veritable histoire“.

Margherita di Navarra lavorò a quest’opera dal 1540 in poi, ma, ammalatasi nel 1547  e morendo nel 1549 non riusci a portarla a termine.

Inizio del prologo dell’Heptaméron di Margherita d’Angoulême:

Il primo giorno di settembre, quando i bagni dei monti Pirenei cominciano a produrre i loro effetti salutari, si trovarono a quelli di Cauderès molte persone si di Francia che di Spagna, alcune venute per bervi l’acqua, altre per i bagni termali, altre ancora per i fanghi; tutte queste cure sono sì miracolose, che gli stessi ammalati ritenuti dai medici incurabili se ne ritornano perfettamente guariti.

Io non mi prefiggo però di descrivervi il sito, né di spiegarvi l’efficacia di questi bagni, ma di dirvene soltanto quanto giova all’argomento di cui intendo trattare.

Tutti gli ammalati vi rimasero per più di tre settimane, finché conobbero dal miglioramento avutone, che erano ormai in grado di andarsene. Se non che, giunto il momento della partenza, caddero piogge si grandi e inusitate, da far pensare che Dio avesse dimenticata la promessa fatta a Noè di non più distruggere il mondo con le acque: ogni capanna ed ogni casa di Cauderès ne fu si allagata, che fu impossibile dimorarvi. Per la qual cosa quelli che erano arrivati dalla parte della Spagna, se ne ritornarono prendendo la via dei monti, come meglio fu loro possibile; ed i più pratici delle strade da seguire, riuscirono più facilmente a mettersi in salvo.

I signori e le signore francesi invece, che contavano di restituirsi a Tarbes con la medesima facilità con la quale n’erano venuti, trovarono i piccoli ruscelli così in piena, che a stento poterono guadarli. E quando furono ala passo del torrente Bearnois, che nel venire avevano trovato meno profondo di due piedi lo rividero ora così gonfio e impetuoso, che ritornarono indietro per cercare il ponte, ma non più lo rinvennero: quel misero ponticello di legno era stato portato via dalla veemenza delle acque.

Alcuni poi, avendo voluto riunirsi in gruppo, per far argine alla rapida corrente, vennero con tanta violenza trasportati via dalle onde, che coloro che stavano per imitarne l’esempio, ne furono del tutto dissuasi.

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Teatro, Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e Titania, Regina delle Fate


Titania Regina delle Fate

Titania Regina delle Fate – Johann Heinrich Füssli Matrimonio di Titania

Teatro: Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e Titania, Regina delle Fate.  Il nome dato alla Regina delle fate dalla tradizione popolare inglese è Mab; e “Regina Mabla chiama anche Shakespeare in un delizioso passo di Romeo e Giulietta in cui ne descrive il cocchio (atto primo, scena quarta). Trasportandola nei boschi di Atene, Shakespeare e dato ha dato un nome classico alla Regina delle fate, calandolo, a quanto pare, da Ovidio che da quel nome, tra l’altro, a Diana e anche a Circe. Mentre gli antichi commentatori di Shakespeare pretendevano di stabilire una equazione: Titania – Diana – Elisabetta (si sa che la vergine regina era frequentemente designata come Diana), si tende oggi a ritenere che Shakespeare pensasse all’epiteto della maga Circe.

Sogno di una notte di mezza estate

Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare

Infatti che complimento sarebbe stato per la regina farle corteggiare Bottom con la testa d’asino? Mentre si possono trovare analogie tra l’episodio di Ovidio di Circe e picco e certi elementi del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Anche Titania, come OberonRe dei Folletti – è in preda alle passioni umane che agitano gli dei della Grecia; essa ama esercitare il suo impero sulle piccole cose, per esistere con femminile ostinazione alla prepotenza di Oberon; se si innamora, riversa la sua tenerezza in dolci parole delicate attenzioni e, proprio come capita alle sue sorelle umane, si innamora di un asino: trasparente figurazione della capricciosi età d’amore.

Ripresa da Christoph Martin Wieland (1733-1813) nel suo poema eroico comico Oberon, Titania accentua il suo carattere appassionato ed estroso. Comprensiva di ogni debolezza femminile non può infatti condannare Rosetta, che ha un momento di leggerezza, e riesce con la sua astuzia a trionfare sul severo Oberon, il quale vorrebbe svergognare la colpevole. Titania capisce che aprire gli occhi a un marito cieco non è sempre rendergli un servigio, ed essa, che ha in vista la felicità degli uomini più che la loro virtù, fa in modo che la moglie riesca a ingannarlo a occhi aperti.
Anche quando il consorte la scaccia dal suo cospetto, Titania si mostra squisitamente femminile: sa come il suo Oberon la ami e, conoscendo gli uomini, sa anche assai bene che sarà più lui di lei a soffrire della separazione, perciò nel suo piccolo cuore gli perdona.
Poi s’adopera tutta ad aiutare la coppia umana dei puri e fedeli dal cui destino dipende il proprio. Fa di tutto per alleviare le pene di Rezia: è lei che assiste “avvolta in rosea luce”, piena di compassione, la giovane donna, facendola partorire nel sonno e senza toglie il bambino.
Titania vuole la felicità per sé e per gli altri, null’altro che questo. Non è pedagogica e neppure egoista. Titania è tutta inglese, figlia di Shakespeare e di Shaftesbury, tutta grazia se non tutta virtù umana e filantropica come s’addice a una fata dell’epoca dei lumi.

Gargantua e Pantagruel di François Rabelais, riassunto


Gargantua e Pantagruel

Gargantua e Pantagruel, 1542, capitolo 5

Riassunto di Gargantua e Pantagruel di François RabelaisGargantua è il nome di un gigante celebre nelle tradizioni popolari (in specie della valle del Rodano) per la sua voracità. Le sue prodezze erano narrate già all’inizio del 16º secolo, in libretti di carattere piuttosto semplice e rozzo: uno di essi fu rimaneggiato da François Rabelais (1494-1556), il quale ha poco a poco si innamorò dell’argomento e da quelle figure di giganti prese le mosse per il suo grandissimo romanzo (una serie di cinque romanzi) La vie de Gargantua et de Pantagruel. Il suo Gargantua, figlio di Grandgousier – re d’Utopia – e di Gargamelle (viene partorito da un orecchio!), è un gigante grottesco, bonario, docile a ogni impulso di natura, ribelle a ogni artificio, come a ogni ambizione dannosa.

In lui, e nel figlio Pantagruel, François Rabelais esprime appieno il suo essere a trecentosessanta gradi uomo del Rinascimento, il suo convinto naturalismo, ed è riuscito a esprimerlo con tanto maggior vigore, in quanto la sua tempra di artista aderiva con felice entusiasmo a tutto ciò che è concreto, immediato, senza escludere nulla di quanto appartiene all’umanità, anche il più elementare e materiale.

Gargantua e Pantagruel

Gargantua e Pantagruel, edizione italiana del 1900

Nella prima parte dell’opera, tra forme e colori vivaci e intensi, e giochi festosi di parole, Gargantua domina con un senso quasi primitivo del riso, come sfogo di una sanità e di un’energia esuberanti. Più istintivo e immediato di Pantagruel, nella creazione del quale problema è più consapevole e più attento al significato degli episodi e delle immagini, Gargantua forza di natura, ma di una natura sollevata dalla cecità dei primordi e capace di compiacersi di sé e della propria freschezza.

Le sue proporzioni, più che enormi, sono indefinite: talora smisurate, se un intero popolo può abitare nella sua bocca, talora “solamente” gigantesche, se con un ramoscello di salvia può pulirsi i denti; e questo stesso ondeggiare di proporzioni è nel suo spirito, ora ingenuamente fanciullesco, ora serenamente filosofico, ora allegramente feroce. Ma è, questa, la stessa apparente incoerenza della natura, i cui confini possono aprirsi all’infinito ora chiudersi in un piccolo mondo, e le cui energie possono essere benigne o crudeli. E, come per la natura, alla di sotto di questa balda inconsistenza vi sono in Gargantua un unico, continuo e felice senso di vita, una genuina e incorruttibile innocenza. Così creato, il personaggio acquista tuttavia una più precisa umanità nel prosieguo del libro, imponendosi come la figura del re bonario e saggio pur nel suo immenso vigore, che sconfigge il maligno assalitore Picrochole e sa così allegramente punirlo. E quando viene poi a predominare nell’opera la figura del figlio Pantagruel, Gargantua, il gigante semplice e buono, si ritrae un po’ nell’ombra, assume la parte del padre ignorante ma saggio ed esperto il quale, in un’epoca nuova, compreso i benefici di quella cultura che egli non poté avere, li raccomanda al figlio in una lettera rimasta famosa. Onde lo stesso personaggio si precisa, e acquista nel complesso più ricco significato.

Egli è pur sempre una potente formazione di in composto e fecondo naturalismo; ma di un naturalismo che nel suo buon senso già sa intravedere la possibile perfezione delle sue ancora ineducate facoltà, il nuovo mondo che da esso potrà e dovrà nascere.

Henry Becque, La Parisienne e lo scandalo dell’adulterio a teatro


Henry Becque

Henry Becque – foto di Nadar

Henry Becque, La Parisienne e lo scandalo dell’adulterio a teatro. Clotilde du Mesnil è la parigina nella commedia di Becque del 1885 che che produsse l’effetto scandalo che ci si poteva attendere nella società dell’epoca. La protagonista della commedia si accomoda nel classico triangolo tra il marito e l’amante dirigendo accortamente la sua vita pratica e sentimentale. E’  piena di attenzioni verso lo sposo, è sinceramente affezionata all’amante, benché annoiata della sua gelosia .

Quando un capriccio la prende per un altro uomo, la sua abilità si dimostra nel nascondere la cosa non al marito, sempre ignaro, ma all’amante, più sospettoso e vigile. Poi, dopo la breve avventura, torna a lui, alla tranquilla vita consueta, quasi monotona, dove una finzione, una colpa è diventata la norma tranquilla.

Creazione coraggiosa e ardita, colma di feroce ironia nella quale è fissata la deformazione che il pacifico adulterio borghese porta nell’anima femminile di fine Ottocento. La Clotilde du Mesnil di Henry Becque è personaggio denso di verità e di vita, nella sua amoralità quotidiana.

Innumerevoli sono state le copie di tale commedia nella storia del teatro moderno, più o meno sbiadite, come si conviene ai tentativi di cavalcare il successo “scandaloso” che ebbe il testo teatrale di Becque La Parisienne.

San Donà di Piave, la battaglia del Piave e la prima guerra mondiale


Battaglia del solstizio

Battaglia del solstizio – Artiglieria italiana sulla linea del Piave

San Donà di Piave, la battaglia del Piave e il Monte Peralba – San Donà è legata al Piave, come questo fiume è legato al Monte Peralba (2694 metri) che gli dà la vita e la storia la accomuna per tre memorabili battaglie che, nel corso della prima guerra mondiale – 1915-1918 – si svolgono sulle sue rive tra italiani e austro-tedeschi. La prima battaglia – dal 9 al 15 novembre 1917 – sul medio e basso corso del fiume Piave, ferma gli austriaci nella loro avanzata dopo Caporetto.
La seconda battaglia del Piave – dal 15 al 23 giugno 1918, è tra le più grandi combattute nella prima guerra mondiale e quella che, per immani speranze ripostevi dai nemici, per le enormi perdite subite da entrambi gli schieramenti e per l’effetto morale sconfinato, segna e assicura agli alleati la vittoria finale.
Da parte degli italiani fu soprattutto una battaglia di resistenza contro l’offensiva che il nemico aveva preparato da tempo e dalla quale sapevano sarebbe derivata per loro o la vittoria o la definitiva sconfitta.
La terza volta, sul Piave la vittoria – già fortissima a giugno – diventa luminosa con la “battaglia di Vittorio Veneto” (dal 23 ottobre al 3 novembre 1918) che determina l’avanzata di tutto l’esercito italiano e la distruzione dell’impero Austro-Ungarico.

La pace doveva essere conclusa dagli italiani e dagli alleati sotto le mura di Vienna. Come sempre, l’incomprensione, la gelosia, l’ingratitudine perpetuarono la distruzione e la rovina di tutti.
Nessuno volle prevedere, prevenire, provvedere.

Giugno 1918.
Iniziandosi la grande azione che porta il nome di “battaglia del Piave” o “battaglia del solstizio” non la si può non ricordare i sacrifici, le glorie, la resistenza vittoriosa delle truppe del Grappa e dell’Altopiano dei Sette Comuni. È qui, che il nemico austro-tedesco sferra l’urto principale, e, da lassù, la Sesta Armata getta dal primo giorno la premessa della vittoria.
Il giugno del 1918 ci ricorda anche la difesa del Tonale del giorno 13. E, la quarta Armata, comandata dal generale Gaetano Giardino, che dalle prime ore di giugno 1918, prevede, previene, provvede.

Gli austro tedeschi e i loro alleati prevalevano militarmente sul fronte occidentale e, anzi, sembravano vicine alla vittoria. La storia del mondo era giunta ad una svolta decisiva. L’esercito italiano era finalmente la nazione in armi.
L’Italia credente e operosa generosamente si prodigò come non mai.
Le madri offersero alla Patria anche gli ultimi figli, i cittadini all’erario gli ultimi risparmi, nei campi, nelle officine si lavorava con rinnovato fervore; le requisizioni vennero spremendo le ultime risorse.

La nazione accettò ogni sacrificio, e tutti si protese in uno sforzo incomparabile. L’esercito italiano era consapevole e deciso all’appello del Re. Soldati e cittadini furono un esercito solo, una volontà sola, un’anima sola. Dalle Alpi, alla Sicilia, alla Sardegna, alle isole più lontane: dai villaggi remoti, dalle grandi città e dalle piccole si levò un solo grido: “resistere! Resistere!”
Naturalmente anche il capo di stato maggiore austro-ungherese, Von Arz, preparava i suoi piani e i suoi soldati, e l’11 giugno 1918 dichiara: “possediamo un numero di divisioni superiore a quello che il nemico può opporci. Le nostre unità sono salve, agguerrite, complete; le nostre artiglierie più potenti delle avversarie. Attacchiamo il nemico in modo concentrico, simultaneo, su un fronte di grande sviluppo. Le sue scarse riserve non gli basteranno a fronteggiare la nostra pressione: esse si logoreranno presto in tentativi inutili. La nostra vittoria sarà tanto più facile e decisiva, quanto più rapida e risoluta sarà la nostra irruzione.”

Non sempre, però, “la guerra insegna la guerra”. Fu stabilito che quando l’imperatore Francesco Giuseppe sarebbe entrato a Vicenza, l’arciduca Federico, nella sua qualità di decano dei Marescialli avrebbe offerto a Sua maestà con solenne cerimonia un prezioso bastone da Maresciallo.

(…) Continua

Dall’orazione celebrativa del Generale Elia Rossi Passavanti per le celebrazioni del 40º anniversario della vittoria della Battaglia del Solstizio.

Ricette risotti: risotto alla cappuccina – ristoranti a Milano provati da Francesco Tadini


risotto alla cappuccina

Ricetta del risotto alla cappuccina – come si cucina?

Ricette risotti: risotto alla cappuccina cucina e  ristoranti a Milano. Come si fa e si prepara il risotto alla cappuccina? Dovrete indovinare in quale locale milanese ho provato questa specialità e me la sono fatta spiegare, innanzi tutto! Poi vi dico cosa serve per cucinare uno dei più deliziosi risotti del pianeta: cipolle, acciughe, brodo di pesce (in alternativa, per i più ricercati – o folli chef? – il brodo di rane), una quantità minima di vino Marsala, formaggio da grattare (di preferenza, e per il gusto più accentuato: parmigiano reggiano.

Preparazione della ricetta del Risotto alla Cappuccina

1 – soffriggi in olio una cipolla tritata con amore e cura

2 – unisci al letto rosolante di cipolla la polpa di 6 acciughe (mi raccomando: pulite e senza spine) e lasciate che la padella amalgami l’unione di mare e terra.

3 – aggiungi 450 grammi di riso per risotti e attendi mescolando almeno un paio di minuti – affinché il riso si impregni dei sapori – e rosolando

4 – inizia a bagnare il risotto alla cappuccina con “quasi” un litro di brodo di pesce (o, come spiegavamo al principio) di rane.

5 – a questo punto bisogna innaffiare il riso – che comincia a farvi venire l’acquolina in bocca – con il vino Marsala.

6- il tempo di cottura sarà di circa 18 / 20 minuti – a seconda della tipologia e della qualità del riso che vi siete procurati.

Alla fine condite con parmigiano reggiano (quando c’è da insaporire lo preferisco sempre al grana padano o altri formaggi simili) e aspettate un minuto o due prima di servirlo in tavola.

Se siete stati degli chef provetti la “vostra” ricetta farà spalancare fauci e sentimenti ai vostri invitati a tavola.

… Nei ristoranti di Milano, ormai – siamo nel 2016 e ci mancherebbe altro! – si può trovare qualunque specialità regionale, nazionale … intergalattica. Se avete capito in quale ristorante ho avuto l’onore – e la gola – di assaggiare la Cappuccina (è un luogo che si distingue per la capacità nella preparazione dei risotti) fatemelo sapere. Per aiutarvi posso rivelare che il locale si situa in centro, in un raggio (in linea d’area) non superiore al chilometro dall’ormai celeberrima piazza Gae Aulenti.

Buone ricette e eccellenti scorpacciate a tutti da Francesco Tadini!