Francesco Tadini: ecco l’ironia di Tadini nei confronti del critico d’arte che si fa artefice, che intende guidare l’artista, anzi che lo sostituisce di fatto – Arturo Carlo Quintavalle su L’Opera di Tadini


Francesco Tadini archivio, opera di Emilio Tadini, Viaggio in Italia, 1972, acrilici su tela, 100x81, dettaglio

Francesco Tadini archivio, opera di Emilio Tadini, Viaggio in Italia, 1972, acrilici su tela, 100x81, dettaglio

Francesco Tadini digitalizza e pubblica oggi la terza parte di un testo di Arturo Carlo Quintavalle – dal grande saggio dedicato a Emilio Tadini nel 1994, Fabbri edizioni – che è relativo a L’Opera – l’opera narrativa di Tadini del 1980 per Einaudi.  La prima parte è leggibile a questo LINK, dal sito / archivio http://francescotadini.net/ in costante aggiornamento; a questo LINK la seconda.  >

 

Arturo Carlo Quintavalle:

(…) Ma vediamo alcuni passi del romanzo. Cominciamo con quello relativo al rifiuto della cultura che abbiamo individuato come Concettuale. Si parla del pittore: “veniva da Varsavia. Avanguardia spinta. Niente tele e colori, voglio dire. Certe cose… Fotografie, piccoli collages elementari e incomprensibili…E poi quella specie di teatro, quelle scene, quei simboli – quel teatro sintetico, immobile, tra il maestoso e il domestico…Un po’ sul concettuale, ma non proprio ortodosso, mi sembrava” (50). D’altro canto qua e là appaiono le tensioni di Tadini. Quando il critico nel romanzo si rivolge al direttore del giornale che gli dice “ti do la critica d’arte, se vuoi. Una pagina alla settimana. E carta bianca. Ma io voglio i misteri di Milano in tutti i numeri, senza saltare un giorno…” il critico risponde: ” i misteri di Milano…non è male” (era mia la voce?) – con una testa fissa, un disegno di Grosz …” (51), quasi ad indicare che la soluzione della sigla per la eventuale rubrica diventa anche un indizio per le scelte culturali. E quando il critico si trova di fronte alla distruzione dei dipinti figurativi, peraltro di modesta qualità, eccolo riflettere fra sé: “si è forse voluto non solo eliminare un dissidente ormai famoso, ma anche distruggere le sue opere, perché nulla ne restasse? O forse lo spietato esecutore della sentenza è stato preso da un impulso di zdanoviana memoria, e ha voluto eliminare i segni di un’arte per lui degenerata, ma capace di gridare al mondo il suo no? Non si capisce un cazzo. O forse l’agente dei servizi segreti d’oltre cortina ha visto in quei quadri una sfida insopportabile al (neo? neorealismo? No!) al Realismo socialista figurazione naturalistica, esaltazione dei gerarchi del partito e degli eroi del lavoro e della nazione russa. Stucchevoli figurazioni di regime, o immagini pop? Sono curiose analogie, di cui hanno parlato autorevoli critici, tra arte ufficiale sovietica e Pop Art americana “. Così Tadini scopre un poco le carte, fa ben capire che non lo interessano le ricerche del Realismo, una strada abbandonata da lui fin dagli inizi, quando farlo, e per uno come lui impegnato a sinistra, non era certo agevole. E neppure lo interessano le strade della Pop. Egli pone le due scelte sullo stesso piano, come due versanti contrapposti e comunque non percorribili di una ricerca da respingere. Naturalmente non interessano, al giornalista protagonista del romanzo e a Tadini nella realtà, le pitture un poco rozze dell’artista polacco ucciso, che dipinge figure a mezz’aria, un gatto forse, e che appare, al giornalista-indagatore, “un artista che gioca con la favola, con la mistica ebraica trasformata in favola con l’aiuto dell’avanguardia” (52), insomma una specie di -remake- provinciale di Chagall, si potrebbe pensare da queste parole. Di fronte al giornalista-detective sta il critico, adepto del Concettuale, che cerca di illustrare così le proprie idee utilizzando le finte lettere del defunto pittore: “ma quello che vorrei mostrare non è certo il discorso sull’arte. È piuttosto il modo in cui si muove, in principio, il linguaggio stesso. Il modo in cui si capisce che esso incomincia ad esistere (non dico ad agire) e che insomma è diverso dal suo non esserci. Tableau! ma forse dovrei accontentarmi di dire (forse è la stessa cosa, ma proposta con modestia) che vorrei mostrare il modo in cui si apre, in principio, l’ascolto. Perché ho tirato in ballo l’ascolto? Perché bisognerebbe subito chiedersi: c’è un vedere in attesa, prima del veduto, prima di ciò che sarà veduto – così come c’è un ascolto nel silenzio? E – ultima domanda, che mi riguarda: colui che mostra, vede? E che cosa vede? Vede il rovescio? Ah, cucina! Ali, teoria!” (53). Il critico cita una lettera dell’artista polacco, ma l’artista, si scoprirà alla fine, è invenzione dello stesso critico che di fatto rivendica a se stesso, al progetto dell’opera, la funzione  creatrice. Per questo che egli si pone la domanda se esiste un vedere prima del veduto, un progetto astratto prima dell’opera e se poi colui che mostra, l’artista, appunto, veramente – vede -, cioè è in grado di capire, di operare. Ma allora la critica di Tadini, assai netta, è proprio per l’Arte Povera? Poco oltre il critico, rivolgendosi al giornalista, prosegue nel suo racconto con inconfondibili riferimenti: “a proposito, ti ho preparato un progetto per una galleria con cantina. La cosa si dovrebbe chiamare proprio L’albero. In cantina, il pavimento dovrebbe essere coperto di letame. In galleria, una macchina tipografica, la più grossa possibile, molto illuminata, che stampa una cosa qualunque…” (54) dunque siamo a una citazione quasi ovvia, la mostra di Kounellis con i cavalli presentata alla galleria “L’Attico” di Sargentini a Roma, e poi si citano le mostre sempre di Arte Povera a Torino, e altre presentate per mezza Europa. Prosegue il critico nel romanzo: “di certe opere, naturalmente, mi mandava (e si parla ovviamente dell’artista polacco confinato a Varsavia) solo il progetto. Era come leggere una musica – sullo spartito, dico. Li facevo realizzare io, qui, quei progetti. Era una cosa straordinaria. Idee che prendevano letteralmente corpo a centinaia di chilometri di distanza da dove erano state formulate, parole che si cambiavano in forme…Pensi a quel gioco, a distanza, fra scrittura e immagini – con la mia lettura in mezzo, se vuole. E poi finalmente si è deciso, è venuto a vivere qui” (55). Dunque ecco la creazione a distanza, ma soprattutto ecco l’ironia di Tadini nei confronti del critico che si fa artefice, che intende guidare l’artista, anzi che lo sostituisce di fatto. E il rifiuto del critico del romanzo nei confronti della pittura vera, quella fatta con i colori sulla tela, individua per converso la posizione di Tadini che invece nella pittura crede, proprio in quella pittura. Ecco le parole del critico sui quadri rimasti fra i – corpi del reato – in un deposito del tribunale, parole da cui traspare il rifiuto per le tecniche tradizionali e per la figurazione in generale: “certo che è ben strano. Proprio lui che si mette a dipingere, e tira fuori pennelli e colori. Cos’erano, acrilici? O olio, addirittura, magari”.(…) Arturo Carlo Quintavalle

Francesco Tadini archivio, opera di Emilio Tadini, Viaggio in Italia, 1972, acrilici su tela, 100x81

Francesco Tadini archivio, opera di Emilio Tadini, Viaggio in Italia, 1972, acrilici su tela, 100x81

Francesco Tadini – che pubblicherà la parte seguente del testo di Quintavalle nei prossimi giorni – auspica un appagante 2012 per tutti coloro che seguono regolarmente il sito e raccomanda anche gli scritti su E. Tadini diffusi nel 2002 con  Torno subito (Libro voluto e organizzato grazie a Francesco Micheli). Seguono links diretti ad alcuni di questi brani:

 

Dario Fo per Emilio Tadini: http://francescotadini.net/2011/12/28/francesco-tadini-invita-a-correre-a-vedere-mistero-buffo-con-dario-fo-e-franca-rame-a-milano-16-gennaio-2012-e-ricorda-le-loro-parole-daffetto-per-il-padre-emilio-tadini/

– Natalia Aspesi per E. Tadini http://francescotadini.net/2012/01/02/francesco-tadini-dallarchivio-a-me-suscitava-timidezza-per-la-semplicita-elegante-dei-suoi-modi-natalia-aspesi-su-emilio-tadini-in-torno-subito-2002/

Lina Sotis per Emilio Tadini https://friplot.wordpress.com/2011/12/31/francesco-tadini-pubblica-pagine-in-memoria-del-padre-emilio-tadini-da-torno-subito-oggi-il-testo-di-lina-sotis/

Furio Colombo per E. Tadini, link: http://francescotadini.net/emilio-tadini-archivio/emilio-tadini-torno-subito/

Aldo Grasso per E. Tadini http://francescotadini.net/2011/12/30/francesco-tadini-ricorda-il-padre-emilio-tadini-con-un-testo-di-aldo-grasso-da-torno-subitofrancesco-tadini-ricorda-il-padre-emilio-tadini-con-un-testo-di-aldo-grasso-da-torno-subito/

Francesco Tadini si dichiara enormemente riconoscente a Melina Scalise, di Spazio Tadini di Milano, per il sostegno che ha saputo e sa dare alla pubblicazione di queste pagine web e, soprattutto, all’organizzazione di archivio Tadini.

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2 thoughts on “Francesco Tadini: ecco l’ironia di Tadini nei confronti del critico d’arte che si fa artefice, che intende guidare l’artista, anzi che lo sostituisce di fatto – Arturo Carlo Quintavalle su L’Opera di Tadini

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